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7 settembre 2018Silvia Pagliuca

Risorse dai rifiuti: l'agricoltura idroponica per un'economia circolare

Collaborazione fra la startup Hbi e l'Università di Bolzano. Un progetto che riscrive le regole della sostenibilità e apre nuovi posti di lavoro

Uno dei pilastri dell’economia circolare è trasformare i rifiuti in risorse. Ed è da qui che si svilupperà il nuovo progetto di Hb Ponics, figlio della startup trevigiana radicata in Alto Adige Hbi e della Libera Università di Bolzano.  Le due realtà si sono unite costituendo un’associazione temporanea di scopo che lavorerà per sviluppare un nuovo concetto di bioraffineria. Ovvero: un sistema che valorizzando i residui delle produzioni di biogas, sia capace di dare nuova linfa all’agricoltura idroponica, detta anche agricoltura «fuori terra». Un tipo di agricoltura che, sostituendo al tradizionale terreno agricolo, un substrato inerte, come argilla espansa, fibra di cocco, lana di roccia o zeolite, sta richiamando sempre più attenzione. L’esigenza di contenere il consumo di suolo e di rimettere in circolo prodotti un tempo considerati solo ed esclusivamente come scarti, infatti, rende questa tecnica sempre più interessante. E a seconda della tecnologica usata, si possono ottenere coltivazioni idroponiche High Tech, Medium Tech e Low Tech. Le prime di solito vengono realizzate in serre di ultima generazione, con sistemi altamente automatizzati ed efficienti, le ultime invece sfruttano materiale di riciclo. Ed è proprio sul riciclo che si basa l’idea di Hb Ponics, realtà che vincendo il progetto europeo Efre-Fesr, si è aggiudicata un importo complessivo di 434.200,70 euro, cofinanziato dalla Provincia Autonoma di Bolzano.

Ma in cosa consiste nello specifico? Come si diceva, Hb Ponics intende sviluppare un nuovo concetto di bioraffineria e per tre anni, negli spazi del NOI Techpark di Bolzano, indagherà con attività di ricerca e sviluppo, la possibile valorizzazione del digestato. Il digestato è un residuo proveniente dagli impianti di produzione di biogas di cui, stando ai dati dell’European Biogas Association, la Germania e l’Italia sono i maggiori produttori. La scommessa è riuscire a estrarre da questo composto una serie di materiali e sostanze utilizzabili sia come ammendanti che come fertilizzanti in agricoltura idroponica. I vantaggi, evidentemente, sono numerosi. Anzitutto, in termini di sostenibilità, perché si potrebbe trasformare uno scarto in una risorsa per l’agricoltura, riducendo il consumo di suolo per terreni agricoli e garantendo un miglior controllo sulla qualità dei prodotti. Inoltre, si potrebbe risolvere (o quanto meno limitare) l’annoso problema dello smaltimento. I costruttori e i gestori degli impianti a biogas, infatti, producono grandi quantità di digestato che nella maggior parte dei casi viene disidratato e successivamente incenerito oppure smaltito in discarica. Due pratiche evidentemente non sostenibili. Con il progetto Hb Ponics, invece, potrebbe originarsi una nuova catena di valore.

Hbi, per altro, non è nuova a soluzioni di questo tipo. La startup di Treviso, nata dalla tesi di dottorato in ingegneria ambientale del founder Daniele Basso, co-supervisionata da un docente della Libera Università di Bolzano, è infatti specializzata nell’ingegnerizzare un materiale chiamato Greenpeat, ottenuto dalla trasformazione di rifiuti biodegradabili. Materiale con cui le piccole e medie industrie agroalimentari possono trattare direttamente i propri scarti eliminando i rifiuti e creando energia pulita da fonti rinnovabili. Le grandi imprese, invece, possono utilizzarlo come ammendante o filtrante.

Con Hb Ponics si rinnova dunque la collaborazione tra Hbi, già insediata all’interno dell’Incubatore d’imprese di Idm nel NOI Techpark, e Unibz. La startup metterà a disposizione il proprio knowhow, mentre l’Università consentirà di effettuare tutti i test necessari per validare sia la soluzione proposta da Hbi sia gli effetti dell’applicazione delle sostanze e dei materiali estratti dal digestato sulle piante coltivate in sistemi idroponici. Gli aspetti tecnologici della soluzione, in particolare, saranno seguiti dal gruppo di ricerca del professor Marco Baratieri, mentre il gruppo di ricerca della professoressa Tanja Mimmo si occuperà degli aspetti agronomici. «È un passo molto importante per noi – dichiara Renato Pavanetto, responsabile del progetto e socio di Hbi – ci consente di consolidare e rafforzare la collaborazione con un importante ente di ricerca come la Libera Università di Bolzano e potremo creare nuovi posti di lavoro per giovani talenti che condividono la filosofia e la vision di Hbi». Il progetto, infatti, prevede l’assunzione di quattro persone in casa Hbi e l’avvio di due assegni di ricerca all’Università, ciascuno di durata biennale. Infine, entro la fine dell’anno, l’Ats organizzerà un evento divulgativo aperto al pubblico in cui verranno presentati in modo dettagliato gli obiettivi del progetto.