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18 dicembre 2017Enrico Albertini

«Psicosi d’alta quota», scoperte le cause. Ecco perché la montagna può fare impazzire

Sentirsi inseguiti, vedere persone inesistenti e altre allucinazioni: la ricerca di Eurac e Università di Innsbruck riscrive i manuali medici

Bella da impazzire. Così la montagna può arrivare a mettere a dura prova il fisico e soprattutto la psiche di chi cerca di salire sulle vette. Una sindrome che ora – grazie al lavoro degli esperti di medicina di emergenza di Eurac Research e degli psichiatri dell’Università medica di Innsbruck – ha un nome: «psicosi isolata d’alta quota». Una ricerca che sta facendo il giro del mondo: i risultati sono stati pubblicati sulla rivista specialistica «Psychological Medicine», una delle più note del settore. «Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna». Così il grande alpinista italiano Walter Bonatti sintetizzava il senso della «sfida» alla montagna. Dove può capitare di sentirsi inseguiti, dire frasi senza senso o cambiare percorso senza motivo. È noto e riportato anche dalla letteratura di montagna che in alta quota gli alpinisti possano soffrire di psicosi. Uno dei casi più recenti risale al 2008 Jeremy S. Windsor scalò il monte Everest, fece un’esperienza particolare, capitata anche ad altri alpinisti estremi. A quota 8.200 metri incontrò un uomo di nome Jimmy che lo accompagnò per tutto il giorno, gli disse delle parole di incoraggiamento e poi scomparve improvvisamente.

Racconti come questo sono frequenti nella letteratura alpina. Con il loro team Katharina Hüfner, docente alla clinica universitaria di medicina psicosomatica di Innsbruck e Hermann Brugger, direttore dell’Istituto di medicina di emergenza in montagna di Eurac Research, hanno raccolto e analizzato sistematicamente per la prima volta circa 80 episodi di psicosi riportati nella letteratura di montagna tedesca.

Fino ad oggi i medici avevano ricondotto a cause organiche la sensazione di sentirsi seguiti ‒ il cosiddetto “fenomeno del terzo uomo” ­‒ e altre allucinazioni acustiche, ottiche e olfattive. Assieme a forte mal di testa, vertigini e alterazione dell’equilibrio, spesso questi sintomi si manifestano in concomitanza a un edema cerebrale. «Con questo studio abbiamo scoperto che esiste un gruppo di sintomi puramente psicotici. Questo significa che sono sì collegati all’alta quota, ma non sono riconducibili a edema cerebrale o ad altri fattori organici come disidratazione, infezioni o malattie organiche» spiega Hermann Brugger. Spesso la psicosi isolata d’alta quota si manifesta sopra i 7.000 metri. Al momento sulle sue cause i ricercatori possono solo fare delle supposizioni. Fattori come mancanza d’ossigeno, condizione di completo isolamento e iniziale rigonfiamento di determinate regioni del cervello potrebbero scatenare la psicosi.  Secondo le informazioni ad oggi disponibili, i sintomi scompaiono completamente scendendo a quote inferiori e non lasciano conseguenze. «Questo risultato ci permette di continuare a studiare la psicosi su persone altrimenti sane e di capire meglio alcune malattie psichiatriche, come la schizofrenia» prosegue Katharina Hüfner.

I risultati dello studio sono importanti anche perché questa sindrome accresce il rischio di incidenti: «È fondamentale che gli alpinisti estremi siano informati di questo fenomeno. Possiamo supporre che ci sia un numero non registrato di incidenti e morti dovute alla psicosi» aggiunge Brugger. «In futuro, per ridurre l’incidenza di questi incidenti, sarebbe importante definire delle strategie cognitive che l’alpinista stesso, da solo o con i compagni di escursione, possa mettere in pratica quando si manifestano i sintomi della psicosi», spiega Hüfner. La prossima primavera, assieme a medici nepalesi, i ricercatori svolgeranno altre analisi nell’area dell’Himalaya, anche per capire quanto frequente sia questa sindrome. «Le montagne più alte del mondo sono belle da impazzire, ma non sapevamo che potessero veramente farci perdere la testa» scherza Brugger. L’articolo può essere qui consultato.