Ricerca

13 settembre 2017Stefano Voltolini

Eurac Research, il centro di ricerca che fa tornare in Italia i cervelli in fuga

Quasi 400 dipendenti e 33 milioni di budget all'anno. Focus su energie rinnovabili, ambiente alpino e biomedicina. Ora laboratori outdoor e uffici anche al NOI Techpark di Bolzano

Il centro di ricerca che fa tornare i cervelli in fuga ha sede a Bolzano, nell’area verde dei giardini del fiume Talvera, e presto avrà laboratori e uffici anche al NOI Techpark, il nuovo parco tecnologico che sarà il motore dell’innovazione in Alto Adige. Quasi 300 ricercatori e 33 milioni di budget annuale, oltre tremila articoli scientifici e 200 progetti europei in curriculum sono alcuni numeri della struttura nata nel 1992 e cresciuta partendo da temi vicini al territorio di cui fa parte: lingue e diritto, minoranze e autonomie, ambiente alpino. Nel tempo il centro ha esteso le proprie attività a nuove discipline, attirando ricercatori da tutto il mondo e aprendo nuove strutture. 

Eurac Research in breve

«Cos’è Eurac Research?», esordisce Stephan Ortner. Il direttore ha pronta la risposta: «Una struttura ancora molto giovane, che ha appena 25 anni di attività alle spalle. E che ha visto, in questo poco tempo, cambiare radicalmente le cose. Siamo stati dei pionieri della ricerca in una regione che agli inizi della nostra attività era caratterizzata da un’economia molto tradizionale». E proprio il territorio è stato alla base degli studi: «Abbiamo iniziato a fare ricerca – prosegue Ortner – per trovare soluzioni concrete a problemi che caratterizzavano l’Alto Adige. Oggi la rosa dei nostri temi si è allargata, ma l’approccio è rimasto lo stesso: partiamo dalle specificità regionali per sviluppare soluzioni dalla valenza globale». I risultati, anche in termini di attrattività, sono arrivati.

Negli ultimi tre anni il numero delle ricercatrici e dei ricercatori italiani provenienti da un’esperienza all’estero è costantemente in aumento tra i nuovi assunti presso Eurac Research. Questa tendenza si avverte ancora di più nelle selezioni, se si considerano le candidature che il centro riceve. I profili personali sono diversi. Ci sono coloro che provengono dalle altre regioni italiane e che dall’estero sono rientrati direttamente nella struttura di viale Druso. Quelli che sono rientrati per un altro posto di lavoro nella ricerca in Italia e sono arrivati in Sudtirolo. Ancora, le persone che all’estero hanno solo studiato, magari per il Phd e poi sono rientrate. Senza dimenticare gli altoatesini che hanno lavorato all’estero e sono tornati, magari anche solo per apprezzare la propria terra di origine.

La crescita

Oggi il centro è una realtà con numeri positivi. A livello di contenuti, vanta numerosi campi di attività: energie rinnovabili, ambiente alpino, biomedicina, medicina d’emergenza di montagna, diritti delle minoranze, sviluppo regionale, federalismo comparato, linguistica applicata, management dell’amministrazione pubblica, osservazione della Terra, studi sulle mummie. Le persone in organico sono 391: 275 ricercatori, al 52,6% donne e al 47,4% uomini, 90 di supporto alla ricerca (di cui oltre il 60% sono donne), 26 studenti Phd. Nel 1996 erano appena una cinquantina. Dall’inizio dell’attività sono stati prodotti circa 2.800 paper scientifici e 500 monografie. Oltre un centinaio i progetti europei a cui il centro nelle sue articolazioni ha partecipato negli ultimi sette anni. Il budget dei progetti amministrato – pari a circa 15milioni di euro nel 2010 – ha raggiunto quest’anno i 45milioni. Se nel 1992 i ricercatori venivano solo da due Paesi, Italia e Germania, nel 2016 la rappresentanza si è estesa ai cinque continenti.

La ricerca in Alto Adige

La strategia adottata fin dall’inizio si è rivelata vincente. «Non potevamo certo fare concorrenza a centri come Innsbruck dove l’università c’è da 350 anni – aggiunge il direttore –. All’inizio ci siamo chiesti: cosa significa fare ricerca in una piccola realtà come l’Alto Adige? Abbiamo scelto di puntare su tematiche che potevamo studiare da vicino. L’ambiente alpino, le minoranze, il plurilinguismo, l’autonomia. Oggi con i nostri studi cerchiamo risposte a domande complesse orientandoci verso tre grandi aree tematiche: le regioni dove si vive bene, la diversità come valore, una società in salute. La strategia si è rivelata giusta e l’accettazione da parte della politica, della popolazione e delle imprese prima è arrivata e poi è cresciuta. La ricerca è diventata un articolo di export dell’Alto Adige».

Negli anni infatti l’attività del centro si è allargata a diversi settori, come la parte della tecnologia e della medicina. L’Istituto per lo studio delle mummie ha la delicata missione di curare il know-how per conservare e tramandare alle generazioni future Ötzi, la mummia del Similaun che identifica in tutto il mondo l’Alto Adige.

Know-how al servizio della comunità scientifica internazionale

«Il vantaggio competitivo di Eurac Research – afferma Roberta Bottarin, vicedirettrice – è proprio nell’interazione tra la realtà regionale e quella globale. Sviluppiamo un forte know-how su questioni che interessano il territorio e poi mettiamo le nostre competenze al servizio della comunità scientifica internazionale. Il tutto con un approccio interdisciplinare. È ciò che ci distingue dagli altri istituti e ci permette di dare risposte concrete alle sfide del futuro».

«Montagna, ambiente, energie rinnovabili, cambiamenti climatici sono oggetto di studi e soluzioni esportabili che vanno fuori dai confini della provincia» riprende Ortner. L’elenco delle applicazioni prosegue con le osservazioni satellitari delle Alpi e la biomedicina: in quest’ultimo caso, il laboratorio è diventata la Val Venosta, oggetto dello studio sulla salute Chris. L’indagine raccoglie i dati di 13mila residenti considerando i legami di parentela e mappando l’evoluzione di alcune patologie nel tempo. Così facendo è possibile studiare l’influenza dei fattori genetici e ambientali sullo sviluppo delle malattie comuni, con l’intento di facilitare la prevenzione e di contribuire al progresso della ricerca medica a livello mondiale.

La scommessa del NOI Techpark

Il responsabile guarda con fiducia e aspettativa al NOI Techpark, l’ambizioso investimento che per l’Alto Adige rappresenta l’aggregazione delle energie pubbliche e private, esterne e interne, a favore dell’innovazione e del cambio di passo nello sviluppo locale. «Siamo pronti per il parco tecnologico, lo aspettiamo da molti anni. Sarà fondamentale sia facilitare la creazione di nuove aziende, sia attirare qui imprese da fuori. Se questo processo funzionerà, il Techpark sarà un’ottima chance per la nostra provincia. Gli attori della ricerca lavoreranno assieme e troveranno i metodi e le strategie per aiutare le imprese. Sarà il parco tecnologico della zona alpina».

Nell’area del NOI Eurac Research sarà presente inizialmente con cinque laboratori (di cui due all’aperto) nel campo delle energie rinnovabili e quattro dedicati allo studio dei reperti antichi. Nel 2018 seguiranno altri tre laboratori e una camera climatica che permetterà di simulare tutti i climi del pianeta. Oltre alle infrastrutture, sono oltre cento i collaboratori che si trasferiranno al NOI. Fanno parte degli istituti per le energie rinnovabili, per lo studio delle mummie e di medicina d’emergenza in montagna.

Le energie rinnovabili

Una delle strutture «pulsanti» di Eurac Research è l’Istituto per le energie rinnovabili. «Siamo partiti nel 2005 in un periodo nel quale il settore ha avuto uno sviluppo globale» spiega il responsabile Wolfram Sparber. Da un gruppo di pochi «pionieri» il team si è evoluto fino a comprendere una novantina di collaboratori. A ispirare l’istituto la cultura, forte nei Paesi nordici, di essere vicini alle aziende. «Eurac Research è stata la prima realtà ad avere un focus imprenditoriale e tecnologico. Con il nostro know-how e le nostre infrastrutture affianchiamo le imprese dallo sviluppo di un’idea innovativa alla realizzazione di un prodotto pronto per il mercato. Tutto questo garantendo la massima discrezione: brevetti sviluppati in sinergia, per capirsi, restano in mano all’azienda, idem per l’utilizzo commerciale dei prodotti. Così le imprese si possono fidare», prosegue Sparber. «Rispetto alle istituzioni accademiche, come puro centro di ricerca abbiamo la possibilità di concentrarci solo sui progetti e di seguire in modo veloce ed efficiente gli sviluppi del mercato».

Nuovi edifici, meno energia

Negli anni l’istituto si è rafforzato competendo nell’arena dei fondi europei e attirando ricercatori da tutta Europa. Tra i principali focus della ricerca l’efficienza energetica degli edifici. «Lavoriamo insieme alle imprese locali per integrare tecnologie all’avanguardia ed edilizia artigianale» spiega Sparber. Un esempio di output di questa attività sono le facciate multifunzionali che possono contenere impianti e condutture, sistemi solari e impianti di riscaldamento e ventilazione. Sono pensate per semplificare e velocizzare sia la costruzione, sia il risanamento degli edifici. «Inserite in edifici esistenti – aggiunge – permettono di ridurre i consumi energetici di oltre la metà, arrecando un disagio minimo agli inquilini. La frontiera per il nuovo sono invece gli edifici a bilancio energetico nullo o quasi nullo. I nearly Zero Energy Building che sfruttano ventilazione e illuminazione naturale per ridurre drasticamente il fabbisogno energetico e hanno impianti per produrre energia pulita».

Scheda

I numeri di Eurac Research

Compie 25 anni il centro di ricerca. Nato nel 1992, è cresciuto esponenzialmente nel corso degli anni. Attualmente il budget dei progetti amministrati raggiunge i 45 milioni di euro. Nel centro lavorano 275 ricercatori, 90 dipendenti di supporto e 26 studenti Phd. La produzione scientifica è molto ampia: 2.800 paper scientifici e 500 monografia. Negli ultimi sette anni Eurac ha partecipato ad oltre un centinaio di progetti europei.

Un simulatore unico al mondo

Eurac sarà protagonista al NOI Techpark, il parco tecnologico di Bolzano Sud. Cinque laboratori dedicati alle energie rinnovabili, quattro allo studio dei reperti antichi. Ma nel 2018 arriverà il simulatore di climi estremi unico nel suo genere in Europa. Le strutture già esistenti nel vecchio continente, infatti, non riescono a combinare tutti gli eventi atmosferici che si potranno "scatenare" nelle due sale che andranno a comporre il simulatore: variazioni di temperatura – da quella polare a -40°C ai quella desertica dei +60°C – e di umidità – dal 10% al 95% –, ma anche pressioneequivalente a quella che si esercita a 9mila metri di altitudine, venti veloci fino a 30 metri al secondo, pioggia fino a 60 litri per metro quadro all’ora, nevicate dai 200 ai 400 chilogrammi al metro cubo, radiazioni solari fino a 1000 lux di potenza.

I segreti delle mummie

Galeotto fu Ötzi, l’uomo del Similaun ritrovato in Alto Adige nel 1991. Eurac è così diventato centro di riferimento nello studio delle mummie. Tanto da creare un filo diretto con il museo egizio di Torino. Ad aprile 2017, ad esempio, un tir di 14 metri è stato posizionato fuori dal museo egizio per fare le tac alle mummie e raccogliere dati per la ricerca.